Lei, Piumetta... Lei, la Cina...
Brothers e Arricchirsi è glorioso, editi da Feltrinelli, raccontano la storia dei due fratellastri Song Gang e Li Testapelata. A fare da sfondo alla loro vita ci sono prima la Cina della Rivoluzione Culturale, poi quella delle Riforme economiche, e infine il Celeste Impero dei giorni nostri.
Ho avidamente divorato entrambi i volumi. Un po’ perché è impossibile non farlo, un po’ perché sapevo che avrei dovuto incontrare l’autore: Yu Hua. Era tanto che non ero così emozionata al pensiero di fare un’intervista. Sono andata a casa sua in una domenica calda, ma mentre suonavo il campanello ho sudato freddo. Mi ha aperto la porta con ritardo. Capelli scompigliati e il resto stropicciato. Forse stava dormendo. Ho controllato l’orologio, le 15 in punto. L’ora pattuita. Mi ha fatto accomodare, si è schiarito la voce e mi ha offerto un bicchiere di acqua fredda. Per lui se ne è versato uno di acqua calda.
Ho cominciato a leggergli le domande. La testa girava, la voce mi tremava. Lui non ha fatto una piega: ha risposto come un fiume in piena a tutto, con la lucidità e la professionalità che mi ero immaginata.
Abbiamo parlato molto del suo ultimo romanzo, della sua infanzia, della Cina di trent'anni fa e della Cina di oggi.
«Nel mio romanzo non volevo solo raccontare la storia dei due protagonisti, ma rappresentare due fasi storiche che la Cina ha attraversato. La prima parte del romanzo (Brothers) è ambientata all’epoca della Rivoluzione Culturale. È stata facile da scrivere: il concetto e il pensiero di Rivoluzione Culturale sono stati digeriti, sono chiari per tutti. Il secondo volume (Arricchirsi è glorioso), invece, racconta la Cina contemporanea ed è stato molto più complicato da scrivere. Ho scelto di parlare degli anni '80 e '90. Raccontare il cambiamento dei protagonisti non mi ha creato problemi, ma riuscire a rendere la trasformazione della società cinese mi ha spesso messo in difficoltà. La Cina di quegli anni, come quella di adesso, era ricchissima di storie e io non sapevo quali prediligere. Alla fine sono riuscito a scegliere.
Per rappresentare gli anni '80 ho deciso di parlare del business del riciclaggio dell’immondizia e dei vestiti all’Occidentale importati dal Giappone: gli anni '80 sono stati un momento in cui la Cina ammirava moltissimo il Giappone dal punto di vista commerciale. Io, poi, ritengo che la più grande rivoluzione di quell’epoca sia stata quella dell’abbigliamento. Venivamo da un periodo in cui non era importante fossi maschio o femmina, tutti vestivamo di grigio o di blu scuro. Era impossibile trovare qualcuno che indossasse il rosso. Un miliardo di persone in un paese grande come la Cina aveva solo vestiti blu e grigi. La “Rivoluzione dell’abbigliamento” ha introdotto nel mio paese tipologie di vestiti differenti: un cambiamento epocale.
Per gli anni '90, invece, ho voluto utilizzare come simbolo il concorso di bellezza. Allora si tenevano tantissime gare di questo genere. Se accendevi la TV trovavi sempre un canale in cui ne trasmettevano una. La maggior parte delle concorrenti che vi partecipava erano ragazze che si erano sottoposte a operazioni di chirurgia estetica e non era raro che tra le candidate comparissero anche giovani russe.
Ti racconto una storia assurda successa in quegli anni. Erano venuti in Cina, per studiare, due stranieri che lavoravano come interpreti. Sono andati a fare un viaggio a Kunming nella provincia dello Yunnan e hanno visto che in quella città si teneva la “maratona di Kunming”. È stato loro chiesto di partecipare. All’inizio hanno detto che erano turisti e non se la sentivano, ma alla fine si sono lasciati convincere. La sera alla Tv si sono accorti che il nome della maratona era cambiato: il presentatore parlava di “maratona Internazionale di Kunming” solo perché due stranieri vi avevano preso parte! Questa cosa succedeva spesso, anche nei concorsi di bellezza: si chiedeva a qualche straniero di partecipare alle gare per poterle definire “competizioni internazionali”».

«La generazione che ha vissuto la Rivoluzione culturale e la generazione che è nata dopo quel periodo sono profondamente differenti. Coloro che erano studenti universitari negli anni '80, e che quindi avevano vissuto l’ultima fase della Rivoluzione Culturale, avevano sperimentato la povertà, sapevano cosa significasse non possedere niente. Erano nazionalisti, ma il loro nazionalismo era completamente diverso da quello degli studenti universitari di oggi: si manifestava con un atteggiamento di forte critica al governo. Gli studenti degli anni '80 sognavano il miglioramento del proprio paese. Avevano vissuto l’epoca dell’inizio delle riforme, avevano visto i miglioramenti nell’economia del paese, avevano cominciato a modificare il modo di vedere il mondo. Speravano che oltre all’economia, migliorasse ogni aspetto della vita. Per come la vedo io il nazionalismo negli anni '80 consisteva soprattutto nella critica al governo. Ecco perché i fatti di Tiananmen sono spiegabili.
Gli studenti universitari di oggi negli anni '80 erano ancora troppo piccoli per capire cosa stesse succedendo in Cina. Sono cresciuti negli anni '90, in pieno boom economico. Hanno visto la loro qualità della vita migliorare di giorno in giorno, hanno quindi sviluppato un tipo di nazionalismo completamente diverso. Se un media occidentale oggi critica il governo cinese per qualcosa, sulla rete parte subito la critica al media. La mia impressione è che il nazionalismo di questi giovani non accetti assolutamente le critiche. La Cina, tuttavia, è un paese pieno di problemi. I giovani d’oggi non hanno vissuto il periodo di difficoltà che abbiamo vissuto noi, ma io credo che saranno costretti presto a cambiare atteggiamento. Perché? Perché quando si laureeranno, si accorgeranno che non si trova lavoro e scopriranno che questo paese non è come è stato loro dipinto per anni, è diverso dal paese ideale che hanno studiato a scuola. È pieno di problemi e come sono nati questi problemi? Loro non ci hanno mai pensato, ma dovranno cominciare a farlo e allora forse risuccederà quello che è successo negli anni '80. Realizzeranno che la Cina non è un paese meraviglioso e cominceranno a interrogarsi sulle sue tante contraddizioni. Io credo fortemente che quando arriverà questo momento, e a mio avviso non manca molto tempo, il nostro paese attraverserà una nuova fase di grande cambiamento».
A fine intervista sono uscita da casa sua ubriaca. Per tutto quello che aveva detto e per la grande emozione che avevo provato ad essergli seduta di fronte. Nella mia testa si intrecciavano le immagini di lui che parlava e quelle pensate leggendo il suo meraviglioso libro. Queste ultime, di cartone animato, non molto diverse dai quadri di Yue Minjun scelti per le copertine dell’edizione italiana...
Youtube è oscurato da marzo. Da oggi mancano all'appello anche Twitter, Flickr e Hotmail. Quello che si chiama "lavorare alacremente"...
Ho inforcato la bicicletta e sono andata da lei. Lungo il tragitto ho respirato tanta polvere e ho incrociato un morto, un signore investito. Sulla Changanjie, lo stradone a sei corsie che porta da lei, non c'era traffico. Ho potuto godermi il vento tiepido che mi accarezzava piano e ammirare il cielo prossimo al tramonto. Il suo azzurro e il bianco delle nuvole orlato d'oro. Il giallo accecante del sole che la illuminava con i suoi raggi. Un cielo come quelli del Tiepolo. Arrivata al suo lato nord, ho deciso di farle un giro attorno, guardarla tutta. Era calma: pochissime macchine le passavano accanto, poca gente la calpestava. Anche sotto Mao mancava la solita orda di persone. C'erano tanti poliziotti, ma non so dire se le loro camicie azzurre saltassero agli occhi perchè erano più del solito o perchè non ce ne fossero altre con cui confondersi.
Nelle orecchie avevo la musica di Claudio Lolli e le parole di Gianni D'Elia.
E queste rose volano,
non sanno nulla
della rivolta in cui si sono aperte,
del sangue invaso di bandiere
che oggi ancora si apriranno.
O per quale libertà?
Non ci siamo scontrati ieri
senza cena, giovani.
Se ogni potere è delinquente
all'est e all'ovest impotente.
O in questa notte che è se stessa
già quel sole,
su un milione amore di teste e cuori,
in un mattino ancora oppressi
ancora più e più liberi.
Tiananmen.
Qui trovate il riassunto giorno per giorno di tutto quello che è successo tra il 15 aprile 1989, giorno della morte di Hu Yaobang, e il 1 novembre 1990, data della revoca della legge marziale a Pechino.
Qui, invece, trovate il racconto della notte del 3 giugno 1989 del corrispondente della Stampa, Francesco Sisci.
Il "New York Times" ha pubblicato il ricordo del giugno 1989 di quattri grandi scrittori cinesi: Yu Hua, Yiyun Li, Li Jiazhang, Ha Jin.
Val la pena fermarsi a leggerli.
L'ho conosciuta due anni fa, durante un concorso di bellezza a Changzhou. Era arrivata seconda, dopo la vincitrice italiana. L'avevo seguita con la videocamera sia durante il backstage dell'evento, sia a Pechino, una volta tornata a casa. Qiao Qi, nel 2007 era poco più che una bambina, con i suoi 17 anni, i suoi peluche e le foto dei genitori sempre con sé. Dentro i giorni frenetici a Changzhou me l'aveva ripetuto in quasi tutte le interviste: soffriva tanto perché le mancavano la mamma, la nonna e il papà. Sembrava diversa dalle altre concorrenti. Era l'ingenuità fatta persona, una ragazzina che viveva quello che le stava capitando come un gioco divertente. «In Cina il suo viso funziona. Assomiglia a una bambola di porcellana, per questo può avere più chance di altre ragazze», mi aveva spiegato il fotografo con cui lei aveva lavorato più spesso.
Un giorno sono andata a riprenderla anche durante uno dei suoi servizi fotografici. La location era il futuristico alveare di grattacieli bianchi firmato Soho a Pechino. La bimba che era, davanti all'obbiettivo, scompariva. Al suo posto si materializzava una super professionista, una pluriventenne con quindici anni di esperienza. Il suo volto cambiava espressione, lo sguardo diventava cupo, la gestualità era quella vista sulle riviste femminili. Un’altra persona, irriconoscibile. Mi ricordo che questa sua metamorfosi mi aveva tanto impressionata. Solo alle parole «Ok, ce l’abbiamo. Prossimo scatto!» il suo viso e sorriso tornavano bambini, come se niente fosse.
Ieri ho incrociato per caso alcune sue immagini su internet. A quanto pare è ancora sulla cresta dell’onda. Mi piace pensare che sia rimasta la persona dolce che ho incontrato io.

Dal blog di Luca Sofri.
"Questo post è un flusso di pensieri, non prendeteli come definitivi e completi. Ma la vicenda Berlusconi-Noemi sta facendo discutere mezzo paese non solo per i suoi contenuti (”è colpa della moglie, che è amica dei comunisti”, ho sentito dire da un’anziana signora a una sua coeva per strada, oggi a Milano). Ma anche e molto, per la sua copertura giornalistica. Le opinioni sono molte, e molti aspetti della questione si confondono. Alcuni provano sincero imbarazzo per certe implicazioni a cui si allude, altri sono dispiaciuti che una ragazza giovane e ingenua sia messa in questo tritacarne.
Io ci ho pensato, e penso - ma posso sbagliare - che è proprio la mia indifferenza al merito della questione a non farmi sentire simili fastidi. La mia curiosità giornalistica e umana per questa storia deriva dall’eventualità che il Primo Ministro abbia mentito pubblicamente e consapevolmente su una cosa, qualunque essa sia, su cui aveva pressanti richieste di dire la verità e ha deciso spontaneamente di rispondere. Se ha mentito, mi pare forte. Mi pare una cosa, una notizia. Non moralmente - non siamo qui a fare i moralisti - ma politicamente e giornalisticamente. Non penso debba essere messo alla gogna e consegnato al forcaiolismo per questo: penso debba rispondere politicamente ed elettoralmente dell’aver mentito a tutti, se lo ha fatto. In questo, per me è irrilevante se lo abbia fatto a proposito dei suoi rapporti con una minorenne, o sulla promessa di avere solo dodici ministri, o su questioni che riguardino corruzione o sicurezza nazionale. E quindi non troverò meno rilevante la questione solo perché l’oggetto è una minorenne: sono d’accordo che non sia un’aggravante della menzogna, ma non sia nemmeno un’attenuante.
Penso anche un’altra cosa, per arricchire questo post (ma non è ancora quella che volevo dire davvero): quando si trattò di Clinton, io non trovai politicamente e pubblicamente notevole che lui si fosse fatto fare un eccetera da una stagista. Certo, mi faccio un’opinione personale sulla tua lealtà nei confronti di tua moglie, ma queste sono “vicende private”. Ma prima ancora che a causa del suo aver mentito ufficialmente su questo - il vero guaio in cui si mise, la menzogna - il mio giudizio su un politico di alte responsabilità che non sa resistere a farsi fare un eccetera da una stagista nell’ufficio ovale, consapevole dei casini che ne possono nascere, è un giudizio pessimo. Sei un uomo da quattro soldi, uno che corre dei rischi pazzeschi (che poi diverranno realtà) per i capricci del tuo pisello. Posso farmi governare da uno così? Sono d’accordo che anche lui sia un uomo, con le sue debolezze: ma queste debolezze devono conoscere un controllo e una lungimiranza, altrimenti non fai il Presidente degli Stati Uniti. Senza nessun moralismo: non c’è niente di “cattivo” nel farsi fare un eccetera da una stagista nell’ufficio ovale: però è stupido (come le conseguenze hanno dimostrato). Datemi un presidente meno stupido.
Allo stesso modo, se la discussione su Berlusconi si spostasse su simili debolezze e incapacità di controllo, penso che sarebbe giusto che i suoi elettori ne avessero chiare le implicazioni. Poi magari alcuni lo apprezzeranno ancora di più, ma non è vero che siano fatti suoi: esattamente come le informazioni sulla salute dei candidati alla presidenza USA, che si pretende giustamente siano messe a conoscenza degli elettori.
E adesso, alla fine di questo post pieno di carne al fuoco, dico l’unica cosa un po’ originale che volevo dire. Ed è che io non sono in realtà così appassionato agli aspetti “politici” di questa storia, che pure ci sono, come ho detto. Però la trovo molto interessante giornalisticamente e comprendo la passione con cui alcuni cronisti ci si sono messi, rischiando a volte di perdercivisi. E ho capito perché: la ricostruzione di cosa è avvenuto a quella festa, di come Berlusconi ha conosciuto i Letizia, di cosa avviene a Villa Certosa, non avendo grazie a Dio implicazioni penali, non è affidata a nessun giudice o procura. Ed è quindi un caso più unico che raro in cui i giornalisti italiani possano andare all’appassionante ricerca della verità su una storia misteriosa senza essere in concorrenza e complicità con dei tribunali, senza che questa ricerca si nutra di fughe di notizie, pubblicazioni di intercettazioni, interessi illegittimi e schifezze varie. C’è un mistero, e c’è da riempire le caselle, che sono davvero vuote, o piene di balle. Sarebbe il lavoro dei giornalisti: quando gli ricapita?"
Qui potete vedere alcune immagini inedite di Pechino tra maggio e giugno 1989. Prima del massacro.

Questa immagine congela una delle due scene più forti e significative del bel documentario "The Red Race" del regista Gan Chao.
Sono andata a vedermelo ieri pomeriggio.
Il rosso è il colore che fa da sfondo a tutta la pellicola, i protagonisti sono bambini e bambine figli di famiglie povere di Shanghai che puntano su di loro per riscattare la loro condizione. Il documentario racconta i duri allenamenti di ginnastica artistica a cui i piccoli vengono sottoposti e la loro totale dedizione: non importano il dolore e la sofferenza, devono diventare campioni della patria per guadagnare tanti soldi e poter comprare la casa ai genitori.
Dopo la scena ritratta nella foto c’è il dialogo tra un padre e l’allenatrice.
Padre: “Ma non è un po’ troppo severo l’allenamento? Non si potrebbe addolcirlo un po’?”
Allenatrice: “Volete che diventino campioni? L’allenamento deve essere rigido, sennò non è possibile raggiungere livelli competitivi. E poi, è già molto meno severo di quello toccato a me quando ero piccola …”
L'altra parte da brivido del documentario è quella in cui una delle bimbe prova il discorso di ringraziamento per quando vincerà la sua prima medaglia d’oro. Si guarda allo specchio, si sistema i capelli, prova l’inchino, ha gli occhi pieni di speranza.
Gan Chao ci fa vedere la violenza subita quotidianamente dai piccoli protagonisti. Una violenza generata soprattutto dalla fusione feroce di due età della vita: speranza di bambino, pressione psicologica da adulto; lacrime di bambino, sofferenza da adulto; leccalecca di bambino, nazionalismo da adulto…
A fine proiezione ho fatto conversazione con la mia vicina, una ragazza cinese di 23 anni che studia giornalismo a Pechino. Le ho chiesto le sue impressioni.
«Penso che sia terribile quello che il documentario racconta. Parla di bambini che forse vinceranno la medaglia d’oro o forse no, ma che in entrambi i casi sono stati derubati della loro infanzia.
Sono creature che vivono per realizzare i sogni degli altri, a cui non viene lasciata scelta. Vengono cresciuti come dei robot, senza prendere in considerazione che invece sono degli individui».